IMPRENDITRICE DONNA? NO, IMPRENDITRICE PERSONA

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Dal percorso di studi all’avventura di Wexplore, dall’essere imprenditrice donna (o persona?) all’eredità professionale importante ricevuta da entrambi i genitori: Alessia Di Iacovo si racconta a 360° tracciando uno scenario in cui emergono bene anche tutti i valori su cui ha poi deciso di investire creando Wexplore.

Perché hai scelto di occuparti di HR? Qual è stato il tuo percorso prima di approdare a questo settore?

Dalla seconda media al diploma ho studiato all’American School of Milan. Fin da piccola quindi ho scelto di muovermi fuori dalla mia zona di confort, immersa in un ambiente internazionale con una metodologia di apprendimento opposta rispetto a quella della scuola italiana. Devo ringraziare mia madre per questo, per avermi fatto respirare fin da piccola il mondo del lavoro e dell’imprenditoria. Naturale è stato poi guardare all’azienda e alle persone come sbocco professionale.
All’università ho scelto Psicologia delle Organizzazioni per approfondire la comprensione delle dinamiche sociali e psicologiche ma con un focus ben preciso sul mondo del lavoro, o meglio delle persone al lavoro. Ho iniziato a lavorare nelle HR prima ancora di finire gli studi, con due stage in due multinazionali. Mi sono laureata nell’estate 2008 – allo scoccare della seconda crisi (ma non dell’ultima!) di questo millennio – e ho cominciato ad occuparmi di consulenza, di outplacement. Era uno dei pochi settori in controtendenza del momento. Affiancando consulenti senior, seguivo infatti chi, a causa della crisi, era stato licenziato e doveva ricollocarsi, in un momento storico sicuramente complicato. Negli anni a seguire ho esplorato tutte le aree dell’HR (recruiting, formazione e sviluppo, mobilità internazionale, compensation, operations) sia in multinazionali (Gi Group, ASICS), che in scale up digitali (Hofstede Insights, Talent Garden), arrivando poi a fondare Wexplore.

Come era il mondo HR quando l’hai approcciato la prima volta, rispetto a come è adesso?

L’evoluzione del mondo HR riflette quella del mondo in generale: più fluido, digitale, interconnesso e internazionale. Oggi ruoli e percorsi sono meno definiti, niente compartimenti stagni, quindi l’esperienza delle persone all’interno delle aziende è profondamente cambiata come è cambiato il modo in cui le aziende si rapportano con le persone.
Oggi si guarda al contenuto del ruolo più che alla sicurezza, alla crescita personale più che a quella economica. Conta più l’intraprendenza che la fedeltà all’azienda. Non si tende più ad accudire le persone e a inquadrarle in tante regole, si preferisce farle crescere ed esprimere in quello che fanno.

Come è nata l’idea di Wexplore e come si è trasformata negli anni?

Wexplore è nata con due obiettivi. Prima di tutto per aiutare le persone a mettere sé stesse al centro delle proprie scelte di carriera e di sviluppo professionale anche attraverso strumenti digitali, superando la logica dell’outplacement per cui è la tua azienda a prendere la decisione per te. E in seconda battuta per favorire queste scelte anche in una logica internazionale per approfittare al meglio delle tante opportunità che lo scambio e il contatto con altre culture e altri modi di pensare ci offrono.
Poi è arrivato il Covid-19, e abbiamo fatto un cambio di rotta diventando un servizio che parla alle persone ma che è utile fin da subito alle aziende. Come? Potenziando questi tre aspetti:

il digitale

ripensare l’intera esperienza di consulenza per essere sia veramente scalabili ma soprattutto parlare la stessa lingua dei professionisti di oggi. Perché fare una nota spese, sapere dove trovare il template del nuovo contratto, avere indicazioni rapide su come migliorare la propria capacità di gestire il tempo non possono diventare questioni risolvibili con la stessa facilità con cui troviamo un ristorante, compriamo una maglia o prenotiamo un viaggio?

il concetto di team remoto

con il lockdown team abituati da sempre a lavorare in presenza hanno dovuto ripensare interamente le modalità di interazione, mantenendo lo stesso engagement e la stessa produttività. E’ stato un passaggio disruptive ma anche l’occasione per ripensare al concetto di team

lo sviluppo professionale

non solo attraverso un cambio di azienda ma anche anche all’interno della stessa, sperimentando più ruoli, più sfide, momenti storici diversi.

Cosa ti hanno insegnato le tue precedenti esperienze che hai poi portato nella tua nuova avventura?

  • Ad ascoltare e ad ascoltarmi di più;
  • Che l’execution è fondamentale per il successo di qualsiasi idea;
  • A dire quei no che contano per rimanere focalizzati e sfoltire situazioni e persone tossiche.
  • A concepire le persone al lavoro come adulti, clienti ed essere umani (il cosiddetto modello EACH) anziché come bambini da accudire o da imboccare, o come esseri inaffidabili da disciplinare, o come persone da tollerare in un rapporto sbilanciato e senza alcun interesse ad approfondire le loro esigenze o le loro idee.
  • Il fatto che trasformazione digitale non vuol dire “copiaeincollare” un processo dal canale fisico all’online ma ripensare l’intera esperienza diffidando delle “ricette” veloci e delle scorciatoie, dalle finte semplificazioni o da magici strumenti che sembrano risolvere il tutto con un click. Bisogna partire dai propri obiettivi e capire come bilanciare digital e physical, creando una cultura sull’utilizzo di qualsiasi tool.

Essere una imprenditrice donna oggi cosa significa per te?

Non penso costantemente a me stessa in termini di “imprenditrice donna”, sarebbe un focalizzarsi sul genere come unico elemento che mi definisce o che definisce il mio progetto di lavoro e di vita. Penso a me stessa in termini di persona: Alessia.
Detto ciò, sono perfettamente consapevole che come donne dobbiamo fare spesso i conti con dinamiche subdole e sgradevoli che anche io ho vissuto, come essere scambiata per l’assistente, essere molto spesso l’unica donna in riunione, sentire altri (uomini) ripetere e ricevere approvazione per le stesse cose che avevo detto io 2 minuti prima. Il primo problema da risolvere è che per gli uomini tutto ciò non è un problema. Il secondo problema, ben noto, è la difficoltà delle founder donna a reperire fondi ma esistono per fortuna incubatori come il nostro che ci ha detto “se incontriamo persone con questo tipi di pregiudizi siamo noi che non vogliamo lavorare con loro”.
Essere una “imprenditrice donna” per me significa fare la mia parte per realizzare un mondo in cui mi piacerebbe vivere e lasciare alla prossima generazione. Penso all’impatto che può avere la mia società sulle persone e organizzazioni che si affidano a noi, penso a ciò che con la mia esperienza possono mostrare alle bambine di oggi che vogliono diventare brillanti.
Con il mio lavoro di ogni giorno miro ad essere una delle gocce di quel mare che da eccezione diventa la normalità, a contribuire alla definizione di un nuovo standard di donna lavoratrice e realizzata. Personalmente credo nel potere ispirazionale che hanno alcune persone: il fatto di sapere che hanno fatto certe scelte, un certo percorso, che hanno superato determinate circostanze e vinto certe sfide può essere molto motivante e permettere un apprendimento per emulazione e adattamento.

Cosa ti ha aiutato in questa scelta coraggiosa, cosa ti ispira e guida lungo questa strada in Italia non facile?

Per me questa scelta ha significato raccogliere il testimone di un’eredità importante: quella di mia madre, una delle imprenditrici più brillanti, carismatiche e innovative del panorama italiano, la persona che ha portato l’outplacement in Italia, che ha iniziato a parlare di transizione di carriera negli anni ’90 in Italia, il regno del posto fisso…
Mia madre ha scelto di diventare imprenditrice dopo un percorso ai vertici di importanti multinazionali per poter realizzarsi sia come professionista che come mamma. E’ stata una mamma super presente, di quelle che tu sai con assoluta certezza che per ogni passo, per ogni sorriso, per ogni lacrima, saranno al tuo fianco. Di esempio è stato anche mio padre che con umiltà nei suoi ultimi 10 anni della sua carriera, dai 60 ai 70, quando molti tirano i remi in barca, è andato a lavorare fuori sede, facendo avanti e indietro dall’Aquila per seguirne il cantiere di ricostruzione.

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