Pivoting, quella naturale svolta per il successo

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La prima volta che ho sentito il termine pivoting o, per la precisione, “pivot” stavo leggendo Topolino: come nella migliore tradizione disneyiana, le storie a fumetti prendevano spunto spesso e volentieri dalla realtà per renderla accessibile e intuitiva ai bambini, trasferendola a Paperopoli o Topolinia e donando ai personaggi “reali” più noti (di storia, letteratura o attualità) i volti dell’universo di Topolino & co. Nell’estate del 1996, in pieno entusiasmo olimpico, tifavo la squadra di basket di Topolinia, e soprattutto il campione Pippo nel ruolo del pivot, il giocatore attorno a cui ruota il gioco in fase di attacco grazie alla sua capacità realizzativa e di recupero palla.

Pivot, cioè?

Qualche anno dopo, nella mia scuola americana, avrò sicuramente fatto sfoggio del termine pivot nei miei temi (o essays) di inglese, quando volevo spiegare l’uso di una determinata simbologia o figure retoriche da parte di un autore, o possibilmente in classe di fisica, durante gli esperimenti per studiare le leggi della termodinamica. Insomma, lo applicavo in tutti i contesti in cui si volevo parlare di “un punto fisso a supporto di qualcosa in equilibrio”.

In seguito, all’università, “pivot” è diventata in maniera incontrastata una funzione Excel, nonché una delle domande più odiate e temute insieme alla stampa unione quando mi accingevo a fare le prove per il famigerato patentino ECDL.

E ancora, “pivot” si è di nuovo affacciata alla mia vita non più tardi di poche settimane fa, quando l’emergenza Covid19 ha reso necessario e inevitabile cambiare strategia e cambiare rotta per implementarne una più efficace per cogliere le nuove esigenze e le nuove dinamiche del mercato.

Il pivoting secondo Wexplore

Oggi abbiamo allargato il nostro purpose a un mondo del lavoro non solo internazionale, ma remoto nel senso più ampio del termine, dove lo spostamento fisico (da un Paese all’altro, o da casa al lavoro) assume ancora di più il valore di una scelta e di uno scambio di valore. Altre fonti autorevoli ( Startupbusiness  e Startupgeeks ) hanno approfondito gli aspetti tecnici e metodologici del pivoting. La nostra personale ricetta è composta di questi ingredienti:

Un perno

Un punto fermo su cui far ruotare il modello di business come in fisica: nel nostro caso è stata l’esperienza decennale in ambito HR, soprattutto la gestione di momenti di cambiamento e discontinuità, che ci richiedono un supporto per apprendere nuove skill, trasformarne altre e disimparare approcci poco efficaci e produttivi nel nuovo contesto.

Versatilità

L’agilità di recuperare palla e indirizzarla dall’altro lato del campo come nel basket: nel nostro caso questo è stato possibile grazie a un tool estremamente versatile e a un’organizzazione agile, che ha reso possibile ridurre al minimo il tempo tra decisione e implementazione. Abbiamo creato delle nuove libraries e dei nuovi pacchetti di conversazioni per il nostro consulente virtuale, abbinandoli a dei nuovi contenuti di workshop per completare l’employee experience. Erano tutte cose che avevamo già in pipeline e su cui abbiamo accelerato, rifocalizzando le nostre energie e mettendo in standby progetti e prodotti che erano diventati secondari.

Dati e analisi

Ancoraggio ai dati come fa un foglio Excel: “you can’t manage what you can’t measure” diceva Peter Drucker, una delle massime autorità del mondo del business. Per assicurare che il nostro pivoting abbia il massimo impatto possibile abbiamo sviluppato un tool che oltre a veicolare e far circolare (in)formazioni utili per il lavoro remoto, consentisse anche di analizzare nel dettaglio l’utilizzo che ne viene fatto e soprattutto la tipologia di richieste e di feedback più frequenti, per saldare ancora di più l’alleanza tra business e persone. In un’epoca dove la velocità del cambiamento è importante, avere la visibilità puntuale su cosa intervenire, facilitare, snellire o potenziare è fondamentale per non andare a sbattere.

Attenzione e consapevolezza

Ascolto di sé stessi e degli altri come abbiamo sempre fatto: una dei nostri founder, Gabriella Lusvarghi, è la manager che nel 1991 ha introdotto l’outplacement in Italia, vale a dire innescato il cambiamento culturale legato alla transizione professionale in un contesto dove “il posto fisso” era un solidissimo pilastro culturale. Con Wexplore abbiamo innovato questo modello di successo portandolo a livello internazionale, in funzione di percorsi di carriera sempre più globali, e potenziando la centralità dell’individuo, in quanto il cambio di lavoro non è più una scelta subita a causa della decisione di un’azienda, ma una scelta strategica per trovare un contesto dove crescere come persona e come professionista, riaffermando la sua autonomia e proattività nel compiere scelte che lo riguardano senza “subappaltare” la sua crescita professionale alla propria azienda.

 

Wexplore si rivolge alla persona come principale azionista della sua "Me Stesso S.p.A".

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Wexplore non è nuova nella sua capacità di cogliere trend importanti e realizzare soluzioni per anticiparli, e lo fa riuscendo a essere fedele a se stessa, a noi stessi, nella missione di cambiare le esperienze di carriera delle persone. Come sempre, sarete voi a dirci se ci siamo riusciti.

Alessia Di Iacovo

Two roads diverged in a wood and I – I took the one less traveled by. And that has made all the difference

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