Oltre lo smart working, il crowd working. Di cosa si tratta?

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Non si fa che parlare di smart/remote working e questi due termini si mescolano nei discorsi e negli articoli creando confusione nella testa dei lavoratori e delle aziende che, alle prese con normative anti-covid e trends del mercato, cercano di organizzarsi per mantenere la business continuity. Per chiarirci le idee e raccontare un’esperienza che fosse reale, concreta e neanche troppo banale di remote working abbiamo scelto di intervistare Lorenzo Fanetti di App Quality, la prima piattaforma pure player di Crowdtesting italiana con cui collaboriamo. Ecco cosa ne è uscito.

Tra remote working e smart working che differenza c’è? Ci aiutate a fare chiarezza una volta per tutte?

“Sono in smart fino a fine anno”, “nella mia azienda facevamo già smart working” e mille altre frasi di questo tipo. Ne abbiamo sentite milioni in questi mesi, ma stiamo davvero lavorando in modalità agile? La differenza tra smart e remote è che nel primo caso si lavora dove e a che ora si vuole, può o preferisce. Vuol dire che puoi iniziare a lavorare nel primo pomeriggio in spiaggia o in piena notte al tavolo di un pub. Quello che abbiamo fatto la maggior parte di noi quest’anno, invece, è remote working, ovvero abbiamo lavorato sempre negli orari d’ufficio (quindi più probabilmente 9-18 che 17-02) ma da casa (che lo farebbe somigliare più al telelavoro se non fosse per il fatto che siamo stati -giustamente- costretti a rimanere in casa).
Lavorare Agile è una mentalità, una filosofia del lavoro, una totale fiducia nei dipendenti e nei colleghi che daranno il meglio di loro, solo non quando e dove ci aspettiamo che accada. Il remote working è sicuramente un primo step in quella direzione, ma molto lontano dall’essere considerato a tutti gli effetti smart.
In AppQuality abbiamo lanciato più volte quest’anno il concetto di crowdworking legato al nostro metodo di lavoro e alla nostra soluzione: il crowdtesting. Lavorare in crowd vuol dire fare parte di una rete di persone (i nostri tester) che decidono quando e da dove lavorare. Possono essere attivate in qualsiasi giorno, a qualsiasi ora, in qualsiasi parte del mondo. I tester non sono dipendenti di AppQuality, sono una community che ama le nuove tecnologie, l’innovazione, e che lavora in totale flessibilità. Ci sono se e quando se ne ha bisogno.

Qual è stato l’impatto del lockdown sulla vostra azienda e come vi siete organizzati?

Per fortuna, da brava start up, avevamo già esperienza con il lavoro da remoto. Se poi contiamo anche l’età media molto bassa e il fatto che siamo abituati a gestire da remoto una community di decine di migliaia di tester in tutto il mondo…
Ci sono state diverse sfide: l’inserimento di più di 5 persone con un processo di selezione e on boarding completamente da remoto, piani marketing saltati in aria e riscritti da zero, un’iniziativa lanciata da un giorno all’altro a sostegno di tester e aziende. Un’enorme sfida è stata anche quella del fondo di investimento, visto che ci siamo ritrovati ad affrontare gli step finali proprio nel periodo del lockdown. Poi, comunque, è finita piuttosto bene: a maggio abbiamo chiuso l’investimento per 3,5mln€. Una bella vittoria in un momento così delicato e un messaggio molto positivo per le altre startup come noi.

Che vantaggi ha a vostro avviso il remote working e quando è applicabile?

Lavorare da remoto migliora la qualità della vita dei dipendenti, se opportunamente integrato al lavoro in presenza. Nei giorni di lavoro da casa riusciamo ad utilizzare appieno tutto il tempo che perderemmo sui mezzi, a trascorrere più tempo con i nostri affetti e dormiamo anche un po’ di più. Niente alzatacce per prendere il treno e se siamo fortunati ci concediamo anche un pisolino in pausa pranzo. Dalla nostra esperienza, l’unico lato negativo è stato il minore contatto con i colleghi. Siamo una start up di giovani e non poter scherzare insieme in pausa caffè o durante il pranzo è dispiaciuto a tutti. I nuovi arrivati si sono ritrovati a lavorare in un’azienda senza aver visto in faccia quasi nessuno, ma se la sono cavata alla grande. Abbiamo cercato di mettere una toppa con delle pause caffè virtuali su Hangouts, ma appena tornati a Milano non vedevamo l’ora di incontrarci (a turno) nel nuovo ufficio.

Quali sono i valori necessari in un’azienda per garantire un remote working efficiente?

az“Quando è applicabile il remote working” e “i valori necessari per farlo in modo efficiente” sono due concetti molto correlati. Per lavorare bene in remote working c’è bisogno di fiducia, proattività, medio-alta alfabetizzazione digitale e soprattutto capacità di comunicazione. Sono tutti elementi che si possono già vedere nel lavoro in presenza, che sono però fondamentali nel lavoro da casa. Non è possibile lavorare in modo efficiente se non si è in grado di utilizzare in modo autonomo gli strumenti informatici offerti dall’azienda, come non è possibile portare a termine progetti senza la fiducia verso i dipendenti e tra i colleghi. Forse il punto più importante è la capacità di comunicazione. Cosa succede quando non abbiamo la possibilità di andare alla scrivania del collega, bussare sulla spalla e annoiarlo quando ci pare con le nostre domande?

Alla luce della vostra esperienza e guardando all’attuale contesto di incertezza, come consigliereste ad una azienda di muoversi con le proprie risorse umane per non subire il lockdown e assicurarsi la business continuity?

In questi mesi non sono state poche le persone in Italia che hanno visto una sempre meno netta separazione tra la vita lavorativa e quella privata. Per gestire al meglio le risorse umane quando si lavora da casa, e quindi quando le barriere tra lavorativo e privato crollano, sarebbe utile comunicare in modo ufficiale i canali attraverso i quali è possibile “disturbare” i colleghi, e settare un orario dopo il quale non si ricevono più notifiche di nessun tipo (slack, gmail, ecc). Non dimentichiamoci dell’importanza di staccare mentalmente dal lavoro un paio d’ore al giorno se vogliamo dare il meglio di noi stessi.

Alessia Di Iacovo

Two roads diverged in a wood and I – I took the one less traveled by. And that has made all the difference

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